Liceo Scientifico Belfiore

Mantova


giornata della filosofia 2005

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Introduzione alla "giornata della filosofia"

Nel precedente Anno Scolastico (2003/2004) la nostra scuola - con il contributo del Comune di Mantova e dell'Amministrazione Provinciale - ha istituito una borsa di studio per ricordare la figura del professor Giovanni Poltronieri, docente di filosofia e storia prima, e poi, a lungo, preside del liceo scientifico "Belfiore" e figura di primo piano nella storia della scuola mantovana. Se nel suo primo anno di vita la borsa di studio è stata assegnata per meriti scolastici in senso stretto (voto dell'esame di stato, profitto nel corso dell'anno), da quest'anno gli insegnanti di filosofia hanno deciso di legare la consegna della borsa di studio ad un concorso che si è svolto lo scorso primo aprile con una prova scritta a cui hanno partecipato 23 studenti delle varie classi quinte, e del quale oggi, con questa "giornata della filosofia", diamo conto consegnando ai vincitori i loro premi e cercando di riallacciare il discorso iniziato con il tema assegnato a suo tempo nella prova. Ricordo che tale tema aveva come proprio oggetto la domanda "La filosofia nelle sue origini classiche, ha adottato il dia-logo come metodo e come struttura del filosofare stesso. Può il dialogo essere ancora oggi fecondo di verità nei vari ambiti del sapere e dell'agire?" e che aveva come suo supporto un brano del filosofo Hans Georg Gadamer tratto del suo capolavoro "Verità e Metodo": "Non è l'esteriore messa a punto di uno strumento, e anzi non è nemmeno giusto dire che gli interlocutori si adattano l'uno all'altro, piuttosto nel dialogo riuscito essi giungono a collocarsi entrambi nella verità dell'oggetto, ed è questo che li unisce in una nuova comunanza. Il comprendersi nel dialogo non è un puro metter tutto in gioco per far trionfare il proprio punto di vista, ma un trasformarsi in ciò che si ha in comune, trasformazione nella quale non si resta quello che si era."(H.G. GADAMER, Verità e Metodo, Milano, Bompiani 1983, p. 437).
Per aiutarci oggi a riflettere su questo problema abbiamo il piacere di ospitare la prof.sa Annarosa Buttarelli - nostra concittadina e docente di filosofia ermeneutica all'università di Verona - che ci guiderà nel tema con la sua lectio.Un'ultima parola prima di cedere il microfono alla professoressa per ringraziare gli enti locali che hanno reso possibile la realizzazione di questa giornata: l'Amministrazione Provinciale che ha materialmente con il suo contributo reso possibile la consegna oggi dei premi e la Circoscrizione 1 Centro Storico che ci ha messo a disposizione la sala degli Stemmi che fa da degna cornice a questo importante evento per la nostra scuola. Un ultimo grazie al nostro dirigente prof. Freddi che ha sempre collaborato per la riuscita della manifestazione.

Prof. Roberto Melli

Borsa di studio "Giovanni Poltronieri" A. S. 2004/2005

TRACCIA


Pieter Brueghel il vecchio: La torre di Babele

"Non è l'esteriore messa a punto di uno strumento, e anzi non è nemmeno giusto dire che gli interlocutori si adattano l'uno all'altro, piuttosto nel dialogo riuscito essi giungono a collocarsi entrambi nella verità dell'oggetto, ed è questo che li unisce in una nuova comunanza. Il comprendersi nel dialogo non è un puro metter tutto in gioco per far trionfare il proprio punto di vista, ma un trasformarsi in ciò che si ha in comune, trasformazione nella quale non si resta quello che si era."
H.G. GADAMER, Wahreit und Methode, J.C.B. Mohr, Tübingen, 1960 (trad. it. di G. Vattimo, Verità e Metodo, Milano, Bompiani 1983, p. 437)

La filosofia, nelle sue origini classiche, ha adottato il dia-logo come metodo e come struttura del filosofare stesso. Può il dialogo essere ancora oggi fecondo di verità nei vari ambiti del sapere e dell'agire?

PROVA PRIMA CLASSIFICATA

Benedizione e Condanna
di Giovanni Zagni 5F

Che tutto il mondo venga racchiuso definitivamente in un libro è stata per secoli l'ambizione dei filosofi: nelle filosofie sistematiche è apparsa più chiara questa volontà, e altrettanto chiaro il fallimento di questo proposito.
Quando infatti, cesellato l'ultimo periodo, terminata l'argomentazione finale, parole ambiziose vengono date alle stampe, l'autore, fermamente convinto delle sue ragioni universali, non può non accorgersi che la sua solida costruzione è derisa da molti, come incerta e precaria balbuzie; le obiezioni sembrano schiacciare, annullare il lavoro di anni; violente confutazioni arrivano a fianco di tiepidi plausi, di rare lodi; e il filosofo, infine, non può che ammettere che il mondo, ancora una volta, è sfuggito e si è fatto beffe anche della sua gabbia, del suo laccio di parole.
Ma non solo le filosofie sistematiche hanno subito questo destino: ogni presa di posizione, generale o specifica, etica o metafisica, antica o moderna, ha dovuto soccombere davanti alla scure dell'altrui giudizio. La filosofia si è dimostrata essere un enorme, antico, multiforme e continuo dialogo in cui nessuno può dire la parola conclusiva. Ogni opinione è stata messa in discussone, a dimostrazione che nessuna argomentazione è univoca e certa.
Questa è la benedizione e la condanna della filosofia
Benedizione: perché questo dialogo è aperto a tutti coloro disposti ad impegnarsi, ad ogni uomo che, accettando le regole del gioco, voglia esprimere la sua opinione e tracciare il suo percorso. Tuttavia si dice che oggi la filosofia è confinata alle aule universitarie, ai dibattiti accademici. In realtà questa obiezione è valida solo se si contano come "filosofi" quanti si dichiarano tali… ma se la filosofia è anche tentare di rispondere alle grandi domande di senso (e pochi negheranno che lo sia) allora quella critica perde molta della sua forza, giacché quanti leggono, pensano, riflettono sono numerosi, seppur assediati dall'odierno ottundimento sul quale già molte (troppe) parole sono state spese.
Inoltre se questo dialogo è costantemente in itinere, significa che nessuno può vantarsi di avere la conoscenza unica e definiva che, oltre a condurre molto facilmente all'intolleranza quando si crede di averla individuata non è neppure di questo mondo. Platone scrive splendidamente: "Gli Dei non filosofano", perché essi sono gli unici a possedere, per loro stessa natura, la Verità a cui da secoli tendiamo in modo incessante e, come ci comunica ancora Platone, "senza timidezza". Ogni opinione. per divenire patrimonio comune, deve essere esposta; e una volta esposta verrà criticata e confutata, giacché si scontrerà con tutte le idee contrarie che l'hanno preceduta. Il dialogo è dunque forza propulsiva del pensiero, e ogni filosofo sa che esso avviene tanto attraverso libri, che danno voce ad interlocutori lontani e permettono, anzi esigono, un rigore ed una chiarezza quasi impossibili nella parola orale, quanto attraverso le innumerevoli discussioni durante le quali avrà esposto le proprie idee prima di metterle per iscritto. Un'ora di confronto diretto mostra lati inattesi e punti di vista che non si sarebbero riusciti da individuare in mesi di meditazioni solitarie.
Ma il dialogo è un'arma a doppio taglio: per la filosofia esso può essere una condanna. In quanto infinita, la ricerca attraverso il dialogo potrebbe sembrare vana; perché affannarsi se l'obiettivo ultimo non può essere raggiunto? A questa domanda non si può dare risposta tale da convincere anche i più sfiduciati, come non si può, spesso, far nascere una passione, se il terreno dell'animo non è, in qualche modo, già disposto ad accoglierla.
Il secondo problema connesso al dialogo è ancor più complesso ed interessante: è il problema del linguaggio. Il dialogo necessita di questo strumento pericoloso, multiforme, per certi versi misterioso ed insondabile. Mi limiterò ad esporre alcuni dei problemi ad esso connessi. In primo luogo: la lingua per essere condivisa, deve essere logica, ma il reale contiene in sé la logica? In caso affermativo, il linguaggio è giustificato (Russel è di questa idea) ma in caso negativo esso è inutile per descrivere o spiegare adeguatamente il mondo (Wittgenstein ha questa opinione). E ancora: è realmente possibile condividere un pensiero? In altre parole, cosa garantisce che il significato di ogni singola parola sia interamente condiviso e comprensibile? O non resta forse un "margine di approssimazione" tanto vasto da invalidare ogni discussone e rendere tutte le posizioni sostanzialmente inconciliabili? Forse la verità sta non nel dialogo, ma nel silenzio. É Wittgenstein ad esprimere questo concetto, dicendo che il suo pensiero è composto di due parti, ciò che ha scritto e ciò che non ha scritto; e di questo egli stesso specifica che "è la seconda la più importante".
Dialogo necessario, inevitabile; e insieme incerto, criticato. Come ogni cosa umana, dialogo, linguaggio e dunque filosofia poggiano su sempre incerte basi. Riassume perfettamente, Jorge Luis Borges: "Come può un sistema di segni (altro non solo le filosofie) riassumere il multiforme universo?"

PROVA SECONDA CLASSIFICATA

di Giulia Laura Ferrari 5C

Il primo incontro dell'uomo con l'uomo fu una forma di osservazione e di scoperta, ma non appena le due coscienze si riconobbero, non appena si aggiunse a loro una terza, una quarta coscienza e tentarono di instaurare un rapporto, l'omo iniziò a porsi domande, molte domande. Per rispondere ad una questione complessa, insegnano gli scienziati, è opportuno dividerla, frazionarla in domande più semplici; una volta svelate le verità semplici, articolandole logicamente, risponderemo alla domanda prima. Non banalmente Cartesio descrisse la sapienza come un albero le cui radici erano la metafisica ed i cui rami erano le scienze particolari. Ma ci si accorse che le molte risposte semplici, che l'uomo aveva trovato, articolate e logicamente collegate, in realtà non davano le soluzioni. Le risposte particolari erano utili, ma le domande prime dell'uomo - che erano poche, credo enumerabili su una mano - non avevano ancora trovato risposta.
Al primo incontro, queste poche domande emersero velocemente, poiché, rotto il precario equilibrio della solitudine, l'uomo iniziò a porsi quesiti su se stesso. La crisi generata dall'incontro non poteva essere risolta autonomamente dal singolo ma era necessario "leghesthai dia" (parlare tra) due coscienze. I pregi del dialogo erano diversi - innanzi tutto il confronto tra due filosofi può mettere in evidenza diversi punti di vista, quindi diversi presupposti. Inoltre, dal dialogo nasce la critica, come Platone ha insegnato, si riesce quindi a "trasformarsi in ciò che si ha in comune" (H.G.Gadamer) e forse ad avvicinarsi sempre di più alla verità.
Per dialogare, per incontrarsi l'uomo ricorse al linguaggio verbale: questo grandioso infinito sistema di segni che ci permette di comunicare. Come è vero che l'uso della parola è uno dei più grandi strumenti che l'uomo possiede, è vero anche che le sue capacità sono limitate e talvolta sembrano insufficienti per esprimere la Verità.
Spesso le parole non hanno un unico significato, tanto che termini centrali possono assumere significati anche molto diversi nel pensiero degli uomini.
Inoltre il linguaggio non segue alcun principio di necessità o causalità; dimostrarono già i sofisti che era possibile dire tutto ed il contrario di tutto.
Arrivare alla verità con il dialogo, ma attraverso un mezzo ambiguo e impreciso come il linguaggio…
Oggi a noi figli del nichilismo, uomini disillusi della tranquillità apollinea della lineare ricerca della Verità, un'affermazione del genere non turba più di tanto. Pare evidente che neppure la strada del dialogo conduca alla Verità
In una società frammentata da confini geografici, confini culturali e confini politici, che ha attraversato fasi storiche che hanno condotto alla spersonalizzazione dell'uomo, l'incontro con l'altro è necessario per non diventare appunto, non-persone.
L'incontro con l'altro è l'unica forma di autocoscienza che abbiamo. Inoltre il dialogo non è solo uno strumento di ricerca della verità ma permette di avvicinare le persone, permette di creare rapporti per il semplice fine della convivenza pacifica.
Non intendo dire che con il dialogo si eviterebbero le guerre tra Stati, ma si eviterebbero le guerre tra persone. Aprendoci al dialogo vedremmo l'altro uomo semplicemente come "altro" e sapendo che anche noi siamo semplicemente "altro" rispetto a lui, ci collocheremmo "entrambi nella verità dell'oggetto" (H.G.Gadamer) quindi sullo stesso piano.
Così, stabilite queste condizioni iniziali essenziali per il confronto, vedremmo nell'altro una fonte di arricchimento e non un nemico.
Il valore del dialogo oggi è ancora molto alto. Non porta alla verità ma è l'unico mezzo che possediamo per comprendere noi stessi. In questo senso è "fecondo di verità nei vari ambiti del sapere e dell'agire": conoscendo noi stessi, formandoci come autocoscienze, sarà più facile capire e valutare domande di tipo etico, comportamentale, relazionale, logico, estetico, psicologico, scientifico… Tutte quelle infinite domande che continueremo comunque a creare dalle poche "radici" della conoscenza, e a cui daremo infinite e particolari risposte, per rendere più serena e semplice la vita.




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