Liceo Scientifico Belfiore

Mantova


giornata della filosofia 2006

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Introduzione alla "giornata della filosofia"


Per il secondo anno si è svolta - organizzata dal Liceo Scientifico "Belfiore" - la "Giornata della Filosofia", atto conclusivo del concorso legato alla borsa di studio "Giovanni Poltronieri" che per anni fu Preside dell'Istituto e prima ancora docente di filosofia.
Quest'anno il concorso ha avuto come tema una frase della pensatrice Hannah Arendt tratta dal volume La vita della mente (ed. it. Il Mulino 1987, pp. 85-86) che diceva: "La domanda che si imponeva era la seguente: potrebbe l'attività del pensare come tale, l'abitudine di esaminare tutto ciò a cui accade di verificarsi o di attirare l'attenzione, indipendentemente dai risultati e dal contenuto specifico, potrebbe quest'attività rientrare tra le condizioni che inducono gli uomini ad astenersi dal fare il male, o perfino li "dispongono" contro di esso?".
Su questo problema si sono cimentati una trentina di alunni delle classi quinte della nostra scuola ed alla fine, scelti dai docenti di filosofia della scuola gli elaborati migliori, si è giunti a questa giornata nella quale - oltre a premiare gli studenti vincitori - si sono invitate le classi quinte a riflettere sull'argomento con l'aiuto della relazione del Prof. don Renato Pavesi docente di filosofia nel Seminario di Mantova e di etica presso il corso di laurea di educatore professionale della Facoltà di Medicina di Mantova..
Nel pubblicare gli atti della "Giornata" non possiamo dimenticare di ringraziare coloro che ci hanno permesso il buon esito dell'iniziativa: il nostro Dirigente Scolastico Prof. Ernesto Flisi che ha sempre appoggiato il nostro lavoro e la Prof.ssa Adele Silingardi che ha messo a disposizione la sua competenza informatica per l'organizzazione del concorso.
Ma per permettere la buona realizzazione di questa giornata, il nostro liceo ha potuto anche godere della collaborazione dei vari enti locali: dalla Circoscrizione "Mantova Centro" che ci ha concesso l'uso dell'aula magna dell'Istituto magistrale "Isabella d'Este", al Comune di Mantova che ha contribuito ai premi messi in palio, all'Amministrazione Provinciale che, insieme al contributo, ha concesso il proprio patrocinio all'iniziativa. A tutti questi Enti va il nostro ringraziamento con la speranza che la collaborazione avviata in questi primi anni dell'iniziativa possa durare anche per il futuro.

Prof. Roberto Melli

Borsa di studio prof. Giovanni Poltronieri A.S. 2005-2006

TRACCIA


La domanda che si imponeva era la seguente: potrebbe l'attività del pensare come tale, l'abitudine di esaminare tutto ciò a cui accade di verificarsi o di attirare l'attenzione, indipendentemente dai risultati e dal contenuto specifico, potrebbe quest'attività rientrare tra le condizioni che inducono gli uomini ad astenersi dal fare il male, o perfino li "dispongono" contro di esso?
H. ARENDT, La vita della mente, Il Mulino, Bologna, 1987

PROVA PRIMA CLASSIFICATA

FARE IL MALE E' NON PENSARE
di Elena Colognese Cararo 5A

Male è ciò che l'uomo chiama tale, percepisce come tale, pensa tale. Senza l'attività del pensare, dell'esaminare ciò che accade e che attira l'attenzione, semplicemente il male non esisterebbe. Esisterebbero solamente avvenimenti e azioni scevri da qualsiasi giudizio morale. L'attività del pensare è una condizione necessaria perché gli uomini possano fare il male. Il giudizio morale nasce solamente dall'interpretazione, dell'uomo che pensa, dei fenomeni, non sussiste di per sé, fuori dalla mente. Di più: male prima di tutto è una parola, a cui l'uomo attribuisce un concetto, un significato; significato che può cambiare quando cambia il modo di pensare dell'uomo.
Il male non è una realtà: è così astratto, indefinito ed estraneo alla realtà da poter assumere significati opposti, contrastanti, senza per questo configgere con la realtà, senza violare nessun principio di non-contraddizione; può solo contraddire altro pensiero.
Nonostante il fare il male abbia come presupposto fondante il pensare il male, il pensare il male predispone l'uomo contro di esso: pensare il male serve all'uomo per contrapporsi ad esso. Male diventa tutto ciò che l'uomo disapprova, a cui dà una connotazione negativa. Il male è ciò che l'uomo vuole evitare che accada, e, non volendo farlo accadere, generalmente si sforza di non farlo. Il pensiero quindi crea il male per allontanarlo. Esaminare, analizzare, è una fase preliminare del prendere posizione, e del comportarsi di conseguenza. Ognuno chiama male ciò che vuole evitare, ciò che non vuole fare né tanto meno subire. Il definire qualcosa come male è, di per sé, una dichiarazione d'intenti, contro il male stesso.
Il problema che sorge, però, è che non esiste un male oggettivo, assoluto, a cui fare riferimento (o, se esistesse, non potremmo neppure sapere della sua esistenza). Per ogni coscienza il male può corrispondere a azioni diverse. Il pensiero sembrerebbe inutile, ed il male ineliminabile, perché il pensare ha potere solo sull'evitare che ogni singolo faccia ciò che lui considera male, ma niente impedisce che qualcosa di male accada, per mano di qualcuno che abbia pensato a lungo, e profondamente, sotto gli occhi impotenti di qualcun altro che abbia pensato altrettanto profondamente e a lungo.
Non è possibile, accettando il relativismo, considerare un sistema di riferimento morale assoluto attraverso cui giudicare ciò che è male e ciò che non lo è: ogni azione può assumere un valore morale solo in riferimento ad un sistema che corrisponde ad ogni singola coscienza.
Se ogni valutazione morale ha lo stesso valore, ed ha come scopo che l'uomo si astenga dal fare ciò che considera male, ciò che assume valore è la valutazione morale in sé. Il valore non è dato dall'avvicinarsi ad una Verità che probabilmente non esiste, ma dallo sforzo che ogni singola coscienza compie per esaminare, interpretare la realtà, per darle un significato; lo sforzo che serve per dare un giudizio morale a ogni azione, per creare dei valori e per poi attenersi, il più coerentemente possibile, ad essi.

PROVA SECONDA CLASSIFICATA

IL MALE STORICO
di Enrico Cicchetti 5A

E'facile credere che l'attività del pensare produca effetti positivi su qualunque individuo; immediato collegare il pensiero, la potente attività della ragione umana, esaltata in tanta letteratura e filosofia, con un benefico influsso sulla vita e sulla coscienza di chi ne fa uso, in ogni caso. Il saggio, il pensatore, nel semplice stereotipo comune, è l'individuo pacato e riflessivo che, sviluppata la pacifica forza della ragione rinuncia alla violenta forza fisica. Dunque il pensiero, ad un'iniziale analisi, appare come la matrice iniziale della rinuncia alla violenza, alla coazione, al "fare male". E se il male non è solo fisico ma anche interiore, morale; un male dell'animo, il pensiero appare comunque, a prima vista, in grado di opporvisi: lo si fa facilmente somigliare alla corrente placida e costante in grado però di sedare gli incendi più feroci. Ma non è forse il pensiero stesso,l'uso assolutamente razionale dell'intelletto ad aver creato il cinismo, il nichilismo, nella storia il terrore giacobino o in letteratura il male du vivre, il pessimismo cosmico? E forse queste condizioni intellettuali, morali - oltre che esistenziali - non portano l'uomo all'infelicità, al dolore, al proprio e all'altrui male? Il pensiero, in grado di costruire le immense fortezze di diritto e morale, di avvicinare gli individui alla pace e al "bene" è anche in grado di gettarlo nello sconforto, nell'angoscia, nel "male".
Ma il problema vero, a mio parere, la "domanda che si impone" realmente, è che cosa sia il male. Una volta rinunciato al male delle religioni positive, un Male dogmatico fatto di divieti e tabù, facilmente riconoscibile ed eliminabile anche senza l'attività del pensiero, grazie solamente ad una cieca fiducia nella verità religiosa (per la quale il pensiero critico ha poca importanza) una volta eliminato l'albero della conoscenza - il male definito dal divino- rimane il male definito dall'umano.
Un male che potrebbe essere insito nella natura stessa dell'uomo, immanente ad essa oppure ad essa estraneo. Nel primo caso, in una visione pessimistica, quasi hobbesiana, dell'umanità, nella quale la vita sociale fosse regolata dal conflitto e dal male reciproco, sarebbe impossibile per il pensiero impedirne il compimento o "disporre" contro di esso poiché ciò comporterebbe l'auto-eliminazione dell'individuo stesso.
Se così non fosse, se cioè il male non fosse necessario,strutturale ma contingente, esso dovrebbe derivare da condizioni estrinseche agli individui ed in tal caso il pur enorme potere della mente non sarebbe in grado di eliminarlo. L'uomo potrebbe astenersi cioè dal fare il male ma non dal riceverlo e, ad ogni modo, condizioni casuali potrebbero forzarlo al contrario, rendendo instabile l'ipotesi di una sua "pre-disposizione".
Rimane l'analisi di un male che si può definire storico, né determinato né sicuro, per il quale non si hanno descrizioni o decaloghi. Un male che l'uomo, considerato come umanità, come individui nella loro globalità e continuità storica, commettono con frequenza. Il male evidente di alcune azioni politiche (ma anche sociali, militari, economiche) di un popolo contro un altro o contro proprie categorie interne. Un male che si perpetra, ciclicamente, da millenni e che , sotto forme sempre diverse, mantiene l'identico, catastrofico denominatore di aggressività, ferocia, violenza. Questo male è tangibile e "materiale" e, paradossalmente, proprio questa sua fisicità può rendere possibile all'uomo il suo riconoscimento più vero e può permettere all'impalpabile pensiero, per definizione estraneo alla mondanità, uno scontro reale con esso ed un'eventuale impedimento al suo compimento. Il male storico dell'umanità potrebbe essere fermato o controllato (preventivamente) dall'uso della ragione, dall'abitudine al confronto critico e razionale tra la propria e l'altrui realtà, dall'analisi sincera e meditata delle questioni poste, dei problemi. Allora quest'attività potrebbe davvero rientrare tra le "condizioni che inducono gli uomini ad astenersi dal fare il male".
Ossia nel caso in cui, con Marx, i "palazzi del pensiero" si scontrino e accettino di occuparsi dei "tuguri della realtà", delle vicende reali e meno metafisiche del mondo e della vita umana, usando le proprie capacità e categorie etiche e morali per una reale eliminazione delle condizioni negative, del male, l'uomo pensante sarebbe davvero capace di astenersi da esso.
Il male storico, complessivo, per essere sconfitto, deve però essere individuato anche in ogni male particolare, singolo, individuale ed essere a sua volta eliminato. L'attività del pensiero impedisce dogmatismi e pregiudizi e spinge verso una moralità più determinata, verso un pensiero etico e civile. Analizzando ciò che accade questa attività conosce le relazioni tra cause ed effetti e propone soluzioni alle situazioni conflittuali, propone alternative e induce, se usata correttamente, l'uomo ad evitare di fare il male; a livello globale come a livello individuale.

PROVA TERZA CLASSIFICATA

IL MALE COME TASSELLO ESSENZIALE DELLA NATURA UMANA
di Nicole Valori 5F

Innanzitutto, una domanda iniziale sorge spontanea: cosa si intende per male? L'uomo nel corso della storia ha sempre dato diverse interpretazioni di questo concetto. Apportando degli esempi, la dottrina cristiana ha identificato il male con il peccato, con il disobbedire agli insegnamenti di Cristo e delle Sacre Scritture. A parere di un illuminista come Kant, il male consisteva nel non ascoltare quell'autocoscienza insita in ogni uomo, il "tu devi". In termini evoluzionistici e darwiniani invece, il male poteva essere identificato con ciò che aveva ostacolato il progresso e l'evoluzione della propria specie. Posso affermare quindi che il concetto di male è sempre stato piuttosto soggettivo, arbitrario e influenzato dal contesto socio-culturale di ogni epoca, e che sarebbe del resto impossibile riuscire a trovarne una definizione oggettiva e stabile. Tuttavia, gli intellettuali di ogni tempo, partendo da Socrate, hanno tentato, tramite il discorso razionale, di dare coordinate ben precise al male, separarlo in modo netto dal concetto opposto di bene, e arginarlo.
Da tralasciare, secondo gli antichi pensatori greci, era l'esperienza sensibile, fatta di apparenza illusoria, in contrasto con il logos, il discorso razionale. Sicuramente da allora ogni corrente filosofica di qualsiasi epoca ha sempre innalzato e onorato l'intelletto, in quanto "dono" che distingue l'uomo dal resto degli esseri viventi, e tramite questo pretendeva di classificare ogni cosa e conferire un ordine semplice e preciso all'intero universo. Anche per il male quindi, come per tutto il resto, era previsto uno studio rigoroso e razionale: basti prendere in considerazione le teorie scolastiche, o illuministe. Il male, considerato ovviamente idea opposta a quella di bene, è sempre stato studiato, descritto, definito con la pretesa che potesse essere qualcosa di ben determinato, e che rispondesse a leggi e criteri ben precisi. Sì, per secoli l'uomo è sempre stato convinto di poter circoscrivere il male tramite il pensiero razionale e, di conseguenza, di poterlo estirpare dalla natura umana, semplicemente dando la possibilità ad ognuno di essere cosciente di cosa fosse male e cosa non lo fosse. Ciò stava per esempio alla base dell'affermato pensiero illuminista.
Nel XX secolo tuttavia, avvenimenti tragici che sconvolsero la società portarono queste convinzioni a vacillare. La Grande Guerra procurò milioni di vittime, feriti e dispersi, la stragrande maggioranza delle famiglie fu dilaniata dalla fame e dalle perdite. L'economia europea crollò e la miseria e la disoccupazione raggiunsero tassi esorbitanti. Una catastrofe simile fu seguita a ruota da una forse ancora più tragica, un secondo conflitto mondiale, tristemente caratterizzato da razzismo, stermini , crudeltà e dalla completa follia di chi lo condusse. La cecità delle popolazioni che incondizionatamente, fino quasi alla fine, seguirono le menti malate dei loro governatori, e l'assoluta efferatezza e illogicità delle azioni di questi ultimi portarono a inquietanti dubbi sulla natura razionale dell'uomo: come poteva un essere dotato di intelligenza e di intelletto, in grado quindi di pensare e distinguere il bene dal male, compiere qualcosa di così incomprensibile, spietato, immotivato? Come poteva inoltre il progresso scientifico, destinato al miglioramento della vita dell'uomo e delle sue condizioni, aver prodotto invece armi di distruzione di massa come la bomba atomica? Come poteva insomma l'uomo aver compiuto così liberamente il male? In un mondo frastornato, confuso e disorientato dagli avvenimenti, la fiducia illuminista e positivista nella ragione umana iniziò a sgretolarsi velocemente. Considero i pensieri di un filosofo come Nietzsche e di uno scienziato come Freud le chiavi di lettura necessarie per comprendere il perché di una simile e illogica strage. Nel XX secolo la società ha assistito a qualcosa di inimmaginabile, qualcosa che di razionale non aveva assolutamente nulla e che certamente poteva essere considerato male a tutti gli effetti. E' di fronte a questi avvenimenti che, a mio avviso, il filosofo, e l'uomo in genere, deve rendersi conto che il male non può essere eliminato, né più di tanto circoscritto, perché è parte insita e integrante dell'essere umano. Il male non ha nulla di razionale e di studiabile, e l'intelletto non può far nulla per frenarlo ed estirparlo dalla società. Il discorso logico-razionale tanto elogiato e forse sopravvalutato dagli antichi potrà forse tentare di individuare un criterio (comunque arbitrario) che stabilisca cos'è male nella nostra società e cosa no, ma non potrà mai far nulla per cancellare questo aspetto dalla natura umana. Il male fa parte di quello "spirito dionisiaco", seguendo la terminologia di Nietzsche, fatto di istinti e pulsioni vitalistiche, illogiche, istintive, che danno anima all'uomo. Inutile è tentare di riordinare e dare una spiegazione razionale ad ogni aspetto, ad ogni sfaccettatura dell'essere umano. I filosofi hanno forse compreso troppo tardi che la razionalità è solo una minima parte che emerge della complessissima interiorità umana, e che quest'ultima non sempre obbedisce a criteri logici. Il grave errore commesso è stato considerare l'uomo una macchina programmabile, un computer, in termini moderni, tenuto sempre a rispondere agli impulsi in modo coerente ed ordinato. Invano, a mio avviso, i pensatori hanno tentato per secoli di conferire un assetto completamente razionale a ciò che di razionale è solo in minima parte, ovvero a noi stessi. L'uomo è agitato da contraddizioni, disordine, spinte contrastanti; per questo vi sarà sempre la possibilità che compia il male, perché ciò è parte fondante della sua natura istintiva e animale e della sua profondità inconscia. Il male e il bene sono strettamente collegati e in alcuni casi si fondono e diventano inscindibili; in sostanza, sono complementari e dipendenti l'uno dall'altro. Nulla mai potrà costringere l'uomo ad astenersi dal compiere il male, perché anche ciò è alle fondamenta della sua identità di uomo, anche se questa affermazione potrebbe suscitare sdegno o inquietudine. L'unico rimedio possibile è certamente riflettere sulle proprie azioni e sfruttare, per quanto ci sia possibile, il nostro lato razionale, e per il resto tentare di accettare questo aspetto come uno dei tanti lati oscuri e di difficile comprensione dell'intricatissimo puzzle che è la natura umana.



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