Liceo Scientifico Belfiore

Mantova


giornata della filosofia 2010

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Borsa di studio "Giovanni Poltronieri" A. S. 2009/2010

TRACCIA

L'uomo felice raramente si accontenta del semplice fatto di possedere la propria felicità. Egli ha anche bisogno di avere diritto a tale felicità. Vuole essere convinto di "meritarla", e soprattutto di meritarla in confronto agli altri. E vuole quindi essere anche autorizzato a credere che i meno fortunati, che non possiedono una simile fortuna, ricevono parimenti solo ciò che a loro spetta. La felicità vuole essere "legittima".

M. Weber, Sociologia delle religioni

Il candidato svolga la propria riflessione intorno al passo proposto.

PROVA PRIMA CLASSIFICATA
di Palvarini Matteo 5A

LA FELICITA' COME BISOGNO DI AUTO-AFFERMAZIONE RELATIVA DELL'INDIVIDUO

Il passo proposto lega al concetto di felicità il bisogno di legittimazione di tale felicità, sia sul piano individuale, che, soprattutto, su quello del confronto con l'altro da sé.
In riferimento allo stesso autore, Weber, possiamo subito evidenziare un nesso tra questa concezione di felicità e quella espressa in "Etica protestante e spirito del capitalismo": nell'opera egli parla della derivazione della felicità del protestante, in particolare del calvinista, dal successo nel proprio lavoro, a sua volta indice della benevolenza di Dio. In altre parole per Weber il calvinista vede legittimata la propria felicità dalla riuscita in ambito lavorativo, quindi sia sul piano personale, che su quello dell'inserimento in un contesto sociale.
Possiamo aggiungere che quando Weber afferma che l'uomo felice vuole "essere anche autorizzato a credere che i meno fortunati, che non possiedono una simile fortuna, ricevono parimenti solo ciò che a loro spetta", introduce una concezione spiccatamente individualista, che possiamo attribuire al pensiero moderno o, più specificamente, alla società capitalista, se intendiamo la citazione come espressione di competizione ed egoismo personale.
Pensiamo alle definizioni classiche di felicità: a prevalere in tutta la classicità greca è una concezione eudemonistica, che vede cioè la felicità come frutto dell'azione rivolta al fare ciò che è bene moralmente. A partire da Socrate il tema del confronto con l'altro diventa centrale e il dialogo, come strumento costruttivo, di crescita, permette di esercitare l'attività del pensiero, garante della capacità di fare il bene e, dunque, di essere felici. L'attività socratica, inoltre, presuppone una ricerca continua, con la consapevolezza che l'ignoranza non può scomparire: egli trova la legittimazione della propria felicità nel "confronto con l'altro", non "in confronto all'altro"; l' "altro" non viene sfidato, reputato inferiore, ma anzi è necessario per la propria felicità e per quella dell' "altro" stesso.
Una concezione più individualista la troviamo invece, ad esempio, nello stoicismo: il saggio stoico, autosufficiente secondo l'ideale dell'autarkeia, vede legittimata la propria felicità nella comprensione autonoma della legge provvidenziale, del Logos, che regola necessariamente il mondo.
A questo punto capiamo già che tutta la riflessione ruota attorno alla definizione di felicità: essa, per dirla in termini aristotelici, esiste solo in potenza oppure anche in atto? Può essere definita univocamente o vi sono diversi tipi e gradi di felicità? Ma soprattutto, è vero che l'uomo sente il bisogno di meritare ciò che definisce felicità? E di che tipo di "merito" si tratta?
Innanzitutto appare evidente affermare che non è possibile dare una definizione univoca di felicità: basti pensare alle sue diverse formulazioni filosofiche nel corso della storia: si passa dalla visione classica appena accennata a concezioni rivoluzionarie come, ad esempio, quella dell'idealismo hegeliano: Hegel vede infatti la felicità massima come prodotto della comprensione razionale della razionalità del reale e dello spirito assoluto che la permea, comprensione attuata dal filosofo, uomo che, in quanto intelligenza, rappresenta un momento del reale stesso.
Ma allontanandosi dalle definizioni filosofiche, ognuno di noi si rende conto che ogni epoca, società, o ancor meglio, ogni individuo dà una definizione propria, soggettiva di felicità.
Arriviamo alla questione centrale sollevata da Weber: il concetto di legittimazione e di "merito".
È evidente che a nessun uomo, di nessuna epoca, possa bastare la condizione di percepire la propria felicità come oggetto in movimento, instabile, precario: paradossalmente rispetto alla credenza comune, ci mostrano ciò, con grande evidenza, gli epicurei, con la ricerca del piacere, fonte di felicità, stabile, catastematico.
Ecco che allora, come correttamente afferma Weber, questa costante ricerca di tranquillità interiore si esplicita nel bisogno di avere diritto alla propria felicità: la sensazione di meritarsi la felicità dona pace, sicurezza.
Ora possiamo affermare che è possibile dare diverse definizioni di "merito": esso può essere infatti concepito su un piano esclusivamente materialistico ed economico, come avviene ad esempio nell'autoaffermazione derivante dall'accumulo capitalistico di profitto, su un piano economico- religioso, come abbiamo visto riguardo all'etica protestante, sul piano morale- religioso, come capacità di agire eticamente bene. Questo ultimo livello, quello religioso, in alcuni casi ha una visione disinteressata, che punta a fare il bene esulando dall'idea di possedere dei meriti propri rispetto a chi segue altre vie; in questo caso, forse, la felicità può esistere senza bisogno di un' auto-affermazione che determini una "gerarchia" di meriti.
Weber aggiunge che il bisogno di meritarsi la felicità è necessariamente rapportato al confronto del merito personale con il merito dell' "altro": siamo al punto cruciale.
Fare un confronto presuppone l'utilizzo di un termine di paragone "compatibile", ma se, come abbiamo visto, non è possibile dare definizioni univoche, assolute e universali di "felicità" e di "merito", siamo costretti a cadere nel relativismo.
L'individuo, dunque, dà una definizione soggettiva di "felicità" che implica a sua volta una definizione soggettiva del proprio "merito" di possederla, quindi, per soddisfare il bisogno di auto-legittimare la felicità stessa, confronta il proprio merito con quello dell' "altro", usando come termine di paragone la propria concezione, evidentemente relativa, di merito.
Il risultato è l'acquisizione di nuove certezze e il rafforzamento della propria felicità.
Ecco allora che anche l'affermazione già citata di Weber, "l'uomo vuole quindi essere anche autorizzato a credere che i meno fortunati, che non possiedono una simile fortuna, ricevono parimenti solo ciò che a loro spetta", trova il suo significato solo in ambito relativistico, individuale: questi "altri" sono nella condizione di essere "meno fortunati" solo dal punto di vista dell'individuo, che li vede tali funzionalmente al proprio bisogno di auto-affermazione.


PROVA SECONDA CLASSIFICATA
di Bresciani Francesco 5L

UOMO E FELICITÁ, LEGAME INDISSOLUBILE

La tesi di Weber implica spontaneamente una serie di riflessioni circa la natura della "felicità" e il rapporto stretto che si è sempre creato con la nostra umanità. L'eccitazione e il senso di euforia e di benessere derivanti da questa condizione della mente e dello spirito sono sempre stati la meta prefissata, e non sempre raggiunta,da ogni uomo. Molto spesso, nel corso dei secoli, la felicità è stata indicata come il fine stesso della vita, o se non altro, come criterio a giustificazione di un'esistenza ben spesa. Non credo sia possibile indicare la fonte di questo benessere,in quanto sentimento soggettivo. Ogni individuo ricerca la felicità in forme differenti l'uno dall'altro. Ecco come il possesso di beni materiali e di potere lusinghino i più materialisti e narcisisti e come la tranquillità dello spirito e la fortezza di altri sentimenti quali l'amore, la carità,l'onestà e il senso del dovere bastino anche ai più indigenti. Salvo rari casi,tuttavia, è comune a ognuno di noi il desiderio, se non il bisogno stesso, di manifestare la nostra condizione felice al prossimo e di mantenere sempre di più e sempre più a lungo questa sensazione. E infatti tipico della nostra natura il voler migliorare la nostra situazione in una continua tensione verso l'infinito e verso il superamento dei nostri limiti, non sentendoci realizzati nella nostra finitezza. Da qui il bisogno di giustificare il diritto alla nostra felicità. Ecco come Weber trasla la questione in una visione più propriamente meritocratica. Sono i carismi di ogni uomo che gli consentono di elevarsi sugli altri in una manifesta superiorità di sentimenti o è necessario far derivare questo stato da un potere a noi superiore? Secondo me, Weber opta per una soluzione etico-religiosa. La dottrina protestante e in particolare l'etica calvinista offrono la risposta al dilemma. I nostri carismi, le nostre fortune, i successi e i traguardi raggiunti sono indice della benevolenza divina che , in un ottica di predestinazione alla salvezza, manifesta a ciascuno di noi e agli altri il Suo disegno. D'altra parte è noto a tutti il mito del self-made-man, del pioniere che, esplorando regioni lontane, col sudore della propria fronte raggiunge il successo e la ricchezza e , si suppone, la felicità nel raccogliere i frutti del proprio lavoro. Quindi ogni beneficio ricevuto,in premio del proprio impegno, dipende dalla grazia divina. Ovviamente questa dottrina ha influenzato enormemente i pensatori successivi alla riforma protestante e, nonostante ci sia sempre di più svincolati dalla riflessione propriamente religiosa, si è potuto giustificare per secoli la superiorità di numerosi individui e il diritto e la necessità di poterlo manifestare apertamente agli altri.
Forse, dovendosi svincolare da una dimensione etica, diretta erede della religione, si potrebbe analizzare il passo in termini più umani e psicologici. Ormai la società attuale,laica, tende a far coincidere la felicità con il possesso di beni materiali. Diventano quindi evidenti agli occhi di tutti le disparità economiche tra i vari strati della società in un clima di tensione continua tra chi ha tutto e chi nulla. In quest'ottica assume valore l'ipotesi che la necessità di legittimare e manifestare la propria felicità e la propria ricchezza dipenda proprio dalla paura di perderla. Non è un caso che le teorie marxiste sulla ridistribuzione del capitale abbiano portato alla rivoluzione in Russia, all'affermazione del regime sovietico e alla lotta di classe. I vari stravolgimenti storici hanno dimostrato come sia fugace il trovarsi "sulla cresta dell'onda", in quanto più in alto ci si trova, più si soffre quando si cade. E doveroso quindi, soprattutto nella società moderna, il doversi svincolare dagli attuali valori materialisti. Personalmente ritengo che solo la certezza di poter contare su sentimenti quali l'amore e l'affetto possa garantirci la felicità(oltre ovviamente ai sentimenti stessi). Concludo con una precisazione. Sono convinto che, ispirata da nobili o futili motivi che siano,la felicità sia uno dei fini più egoistici che esistano in quanto, salvo rari casi, si pensa solo al proprio tornaconto e , forse, è giusto che sia cosi, a machiavelliana memoria.


PROVA TERZA CLASSIFICATA
di Truzzi Anna 5A

LA NOSTRA SPAVENTOSA FELICITÀ

Weber, nel suo scritto Sociologia delle religioni, afferma che: "L'uomo felice raramente si accontenta del semplice fatto di possedere la propria felicità. (…) La felicità vuole essere legittima".
Ma la felicità può essere legittima?
Legittimo significa conforme a una norma o a una regola, o giustificato da ragioni e motivi pienamente accettabili.
Ora, se qualcuno conosce una regola, una legge naturale, seguendo la quale si raggiunge immancabilmente la felicità, gli chiederei se fosse così gentile da spiegarla a tutti, così che chiunque possa avere la possibilità di controllare in prima persona l'apporto di felicità nella sua vita: 1g…10kg…2hg…a seconda delle preferenze di ognuno.
In realtà, qualcuno nel corso della storia, sicuro di aver trovato la regola per la felicità, con molto cameratismo ha cercato di condividerla, ma il risultato è sempre stato altra sofferenza e intolleranza.
E' il caso, ad esempio, di religioni come il cristianesimo e l'islam, che sono nate dal tentativo di trovare un sollievo alla fatica di tutti i giorni e alla paura nei confronti del completo e improvviso annullamento causato dalla morte, ma che sono state, poi, velocemente trasformate in uno strumento di controllo, portando felicità, o a almeno appagamento, a pochi, e ulteriore sofferenza e preoccupazione a molti.
Si pone un secondo problema: la felicità è legittima, per definizione, se giustificata da ragioni e motivi pienamente accettabili…ma chi decide se un motivo è accettabile?
Esiste, poi, un criterio oggettivo?
Forse non è possibile trovare indiscutibili criteri per legittimare la felicità o per calcolare quanta ne meritiamo perché manca la base per una quantificazione oggettiva: la definizione stessa di che cos'è la felicità è soggettiva, cambia da persona a persona.
Per un cristiano, ad esempio, la felicità è data dalla certezza di non essere mai soli e di non dover affrontare la morte; per un manager è data dal raggiungimento del successo economico; per un musicista dalla creazione di un'armonia capace di raggiungere l'anima delle persone; per una madre la felicità più grande è vedere il figlio raggiungere la sua felicità.
Ognuno cerca la felicità in ciò che ha e nelle cose che vive, piccole o grandi.
La felicità, quindi, è diversa per ognuno di noi perché abbiamo bisogni, desideri, valori e sogni differenti.
Raggiunto il nostro personale obiettivo, però, tendiamo a considerare la nostra particolare concezione di felicità come universale: questo perché la felicità ci spaventa.
Abbiamo paura della felicità perché la potremmo perdere; ci spaventa l'aver raggiunto qualcosa che in realtà non è pienamente nostro, poiché in qualsiasi momento potremmo non averlo più. In queste condizioni di equilibrio precario l'unico modo per tranquillizzarci è autoconvincerci che noi la felicità l'abbiamo meritata, ci siamo dati da fare, abbiamo lottato per essa, ed ora la possediamo poiché è nostro diritto averla.
Ma solo postulando l'esistenza di una sola e oggettiva concezione di felicità è possibile parlare di diritto alla felicità, così guardiamo gli altri dall'alto al basso compatendoli per la loro mancanza della nostra felicità, ma sentendoci autorizzati a credere che chi non possiede la nostra fortuna semplicemente non l'ha meritata.
Quindi è la paura che ci porta alla ricerca quasi ossessiva di conferme, la paura di perdere la felicità.
Ci porta a guardarci continuamente alle spalle, in apprensione, rinunciando a vivere i rischi e i cambiamenti per barricarci in noi stessi, per proteggere la nostra felicità.
Tutto questo, però, non ci può dare la sicurezza di non perderla mai.
Forse, allora, spenderemmo meglio il nostro momento di felicità godendolo in pieno e pensando che siamo fortunati a poterlo vivere, invece di struggerci sul pensiero che, se sfortunati, quel momento di felicità potrebbe finire.





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